OGGI

Gaja Cenciarelli: EXTRA OMNES

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extraomnescenciarelli.jpgSono stati scritti pochi libri, troppo pochi, sul caso infinito del rapimento di Emanuela Orlandi. Dal giugno 1983 a oggi, in un vorticare confuso, abnorme, di rivelazioni finte e parziali verità, di passaggi di mano degli atti e di investigazioni finite nel nulla, il testo più esplicativo e giornalisticamente sconcertante è quello di Antonio Fortichiari (E’ viva. La scomparsa di Emanuela Orlandi, Tropea, 2003), che addita piste innovative con discrezione e con il supporto di lacerti di prove imprescindibili.
Non è questa l’ambizione di Gaja Cenciarelli, che con Extra Omnes realizza un’opera fondamentale, una tipologia precisa di lavoro culturale che su Carmilla ci siamo spesso auspicati venisse affrontata: Cenciarelli, coetanea della Orlandi, racconta il caso compiutamente, intrecciandolo con il proprio sguardo di ragazzina che, ai tempi del sequestro aveva 15 anni. I Settanta e gli Ottanta raccontati dalla prospettiva di chi li ha vissuti essendo bambino: una possibile soluzione e chiusura di ferite in una nazione a lacerazioni multiple, che paiono non suturabili.

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Walter Siti: TROPPI PARADISI

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siticover.jpgTroppi paradisi nella terra in cui, da tempo, di paradiso non si scorge l’ombra. Il titolo ironico (no: sardonico) del nuovo romanzo-mondo di Walter Siti è, come spesso accade per certi libri fondamentali, tutto il testo e la struttura che lo sostanzia. Non c’è soltanto il cinismo, il disincanto, la cattiveria che ride al pari della morte; c’è anche l’ombra di una speranza che si erige su ceneri attive (radioattive) di una memoria che è esperienza consumata, la traiettoria del degrado di un tempo, di una nazione, dell’occidente tutto - e di sé.
Complesso, strutturatissimo, scritto con una lingua capace di un’ampiezza di spettro impressionante - dall’aulico-sublime al basso-parlato, spesso entrambi i registri giocati sul comico, quando non sul drammatico meditativo o sul saggistico -, Troppi paradisi è in assoluto il primo esempio di postmodernism in Italia da molti anni a questa parte: non sfiorando mai, se non in un punto preciso, che merita trattazione a sé - il tragico, trova una forma per il tragico nella contemporaneità. Questo è ciò che la critica italiana non ha mai compreso, citando un postmoderno che non è mai stato l’equivalente del postmodernism angloamericano. Siti riesce nell’impresa, aggiungendo ciò che agli angloamericani non riesce: stende un romanzo che può dirsi pensiero in movimento e che commuove.