La strada che porta il presidente americano Bush verso la meta finale di Pechino è fatta di tappe di avvicinamento: martedì Seul, oggi Bangkok, ma anche di leggere correzioni di volume nei moniti lanciati ai dirigenti cinesi. «Non abbiate paura dei religiosi del vostro Paese - ha ribadito ieri il leader statunitense dopo i primi appelli di Seul – noi americani spingiamo l’apertura del vostro Paese e per l’affermazione della giustizia, non per imporre le nostre idee, ma per permettere ai cittadini cinesi di esprimere le loro».

Bush parlava a Bangkok, e il suo discorso era stato consegnato al governo cinese con 18 ore di anticipo per evitare spiacevoli sorprese, ma il tono di alcune delle affermazioni non è sicuramente stato digerito con facilità dai dirigenti del partito comunista che governano la Cina. «L’America mantiene una opposizione inflessibile in tema di detenzione in stato di prigionia dei dissidenti politici. Noi parliamo dall’alto della nostra libertà di stampa, di associazione tra cittadini e lavoratori. Non lo facciamo per renderci antagonisti della dirigenza cinese, ma perché crediamo che la fiducia e la concessione di maggiori libertà sono l’unico modo per assicurare il pieno potenziale di crescita del Paese».

Il discorso era quanto di più politico fosse permesso pronunciare alla vigilia dell’arrivo a Pechino, dove il regime cinese intende mantenere l’ufficialità degli incontri tra capi di stato strettamente legata al protocollo della festa alla quale sono stati invitati, Per questo Bush ha preferito pronunciarlo fuori dal Paese, alla vigilia del suo arrivo nella capitale.

Le parole più pesanti contro la repressione e la mancanza di libertà sono state abbondantemente bilanciate dalle lodi per i progressi ottenuti nell’apertura delle frontiere commerciali. La Cina è un partner di prima grandezza degli Stati Uniti, nonché il creditore principale e sostenitore dei mercati finanziari americani. Bush spera che l’alleanza duri nel tempo, e che sia rinnovata dal suo successore. Il leader americano si trova in una posizione delicata, perché dietro di lui c’è una maggioranza nelle due ali del congresso molto meno generosa nel garantire viabilità politica al governo di Pechino, e che ieri gli rimproverava di essere andato in vacanza piuttosto che preoccuparsi dell’emergenza energetica che affligge il Paese. Le sue parole di condanna sono spinte dalla opposizione, così come lo sono state le visite alla Casa Bianca la vigilia della partenza di alcuni dei dissidenti cinesi di più alto profilo che sono rifugiati negli Usa. Il governo cinese si è risentito ufficialmente per gli incontri di Washington, e avrà sicuramente sopportato con fastidio i commenti di ieri, anche se Bush ha evitato accuratamente di pronunciarsi sugli eventi repressivi più recenti, così come ha tralasciato commenti sulla tensione nel Tibet. «L’ultima parola sul proprio destino può essere pronunciata solo dalla Cina – ha concesso il presidente – l’America e i suoi partner sono realistici al riguardo, e io personalmente sono ottimista per il futuro di questo Paese».


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Fonte: Ultime Notizie