La privacy vale più del diritto d'autore, parola del Tribunale di Roma.
Alcuni ragazzi, ma in realtà tutti o quasi scarichiamo musica o altro materiale in modo gratuito che spesso significa anche illegale. I ragazzi della nostra storia sono stati rintracciati grazie ad al lavoro della ditta svizzera Logistep, che con un software antipirateria ha rintracciato uno ad uno i computer dove le canzoni della Peppermint Jam erano registrate come file Mp3, condivisi sulle reti Peer To Peer. Poi la casa discografica ha chiesto ai vari provider internet i dati del titolare dell'utenza corrispondente all'indirizzo Ip, che normalmente è associato ad un solo nominativo, dopo aver scoperto i vari utenti, L'etichetta, specializzata in rap e nu-soul, da noi è nota soprattuto per l'intensa attività del suo legale rappresentante Otto Mahlknecht: sono infatti quasi 3636 gli italiani che lo scorso aprile hanno ricevuto dall'avvocato una raccomandata con la richiesta di risarcimento danni per 330 euro. In oltre si sostiene, che in base all'attuale legge sul diritto d'autore l'illegittima messa a disposizione di file coperti da copyright è un reato, segnalando implicitamente che il nocciolo della questione non è nell'aver scaricato illegalmente i brani, ma nell'averlo successivamente condiviso con altri. Dopo aver intrapreso questa azione legale c’è stata una sentenza emessa il 18 luglio dal Tribunale di Roma, che rigetta i ricorsi della Peppermint Jam e da Techland perché la richiesta ai provider internet di fornire nomi e indirizzi degli abbonati è apparsa in contrasto con le normative che tutelano la privacy prosegue inoltre affermando che la normativa comunitaria non prevede alcun obbligo ai provider di fornire informazioni personali ai detentori dei diritti d'autore, anche quando questi sostengono che gli Ip rilevati sono di utenti che hanno commesso degli illeciti.
Garante e associazioni ritengono, infatti, che l’impiego del software Logistep costituisca un caso di violazione del diritto alla privacy dei 3636 utenti. Una tesi accolta appunto dal Tribunale di Roma: quei dati non possono essere utilizzati dalle aziende. La segretezza delle comunicazioni può essere violata esclusivamente in “casi gravi” e il P2p, per il Tribunale, non è uno di questi. La Peppermint non è nuova a questo genere d’azioni infatti, lo scorso aprile, aveva mandato 4000 raccomandate ad altrettanti utenti Telecom. E a luglio è tornata alla carica con una nuova tornata di avvisi: la richiesta, sempre la stessa, è di 330 euro di rimborso per i diritti d’autore. In caso di accettazione della richiesta, l’azienda si impegnava a non presentare denuncia.
Per il Codice Penale e di procedura penale, in Italia i reati connessi alla pirateria online vengono perseguiti d’ufficio dalle autorità. Il patteggiamento privato, categoria nella quale inscrivere la mossa di Peppermint, è quindi, al contrario che all’estero, privo in Italia di fondamento giuridico. Come anche la maggior parte dei post sparsi per la blogosfera riporta, pagare la cifra richiesta non eliminerebbe il rischio di denuncia d’ufficio e di doversi presentare in tribunale per rispondere del reato. Comunque c’è sempre da studiare le future mosse infatti Nche la stessa Adiconsum invita alla cautela, perché i procedimenti aperti sono ancora molti e l’interpretazione data dai giudici nelle precedenti vittorie ottenute in tribunale dalle aziende rendono comunque incerta la gestione regolamentare del contendere. Anche Adiconsum invita alla cautela, perché i procedimenti aperti sono ancora molteplici.